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Festival Internazionale del film documentario

TO SHOOT AN ELEPHANT SUL WEB

"Dopo, naturalmente, ci furono discussioni infinite circa l'uccisione dell'elefante. Il proprietario era furioso, ma era solo un indiano e non poteva fare niente. Inoltre, sul piano giuridico avevo fatto la cosa giusta, perché un elefante pazzo deve essere ucciso, come un cane pazzo, se il proprietario non riesce a controllarlo".
(George Orwell, "Uccidendo un elefante")

TO SHOOT AN ELEPHANT, film documentario di Alberto Arce e Mohammad Rujailah, vincitore del premio per la Migliore Regia al 50° Festival dei Popoli, è un resoconto realizzato da testimoni oculari presenti nella Striscia di Gaza durante i bombardamenti effettuati dall'esercito israeliano lo scorso dicembre, nel corso dell'Operazione "Piombo fuso": 21 giorni a sparare sull'elefante.
Incalzante, sporco, da far perdere il sonno, immagini che fanno rabbrividire raccolte dagli unici stranieri che hanno deciso di rimanere -e ci sono riusciti- all'interno delle ambulanze nella striscia di Gaza, con i civili palestinesi.

Il film -premiato lo scorso novembre al Festival dei Popoli di Firenze- sta organizzando il 18 gennaio 2010 un “global screening day” in tutto il mondo, in occasione dell’anniversario dei bombardamenti israeliani a Gaza. Alberto Arce- consapevole del problema “distributivo” di cui le immagini su Gaza hanno sofferto e tuttora soffrono- ha deciso di rilasciare il suo film sotto licenza Creative Commons per permettere a chi interessato, nel mondo intero, di scaricare legalmente il film, copiarlo, proiettarlo in pubblico, distribuirlo, tradurlo, alla sola condizione di citarne la fonte originaria e rilasciare il prodotto finale sotto lo stesso tipo di licenza.

2lifecast e Moovioole hanno deciso di supportare la diffusione del film, organizzando una proiezione congiunta in Second Life, alle ore 22.30 presso il Cinema della Galleria Szczepanski (http://slurl.com/secondlife/Galleria/84/96/22), e sul sito web della Cineteca Moovioole alle 21 (http://www.moovioole.it/eventi/).

2lifecast e Moovioole costituiscono insieme un circuito distributivo e di comunicazione integrato e crossmedia, che comprende un playground composto da siti web (il sito di Moovioole e una serie di blog), una sala a Milano (http://www.creaticitygate.org) e una sede virtuale in SecondLife (http://slurl.com/secondlife/Galleria/84/96/22, ed è aperto a tutti gli autori che producono fiction, animazione, live e desiderano condividere i propri contenuti in licenza Creative Commons.

Tutte le informazioni su http://www.moovioole.it/eventi.

Maggiori informazioni sul film sono disponibili nei siti:
http://mediaoriente.com/2010/01/09/to-shoot-an-elephant-su-gaza-proiezione-globale-il-18-gennaio/
http://toshootanelephant.com

NOTA DEL REGISTA ALBERTO ARCE:

La striscia di Gaza è stata posta sotto assedio dal giugno 2007, quando Israele la dichiarò "entità nemica". Un gruppo di attivisti internazionali organizzò un movimento volto a rompere l'assedio, il "Free Gaza movement". Grazie ai loro sforzi, e nonostante il divieto israeliano ai corrispondenti stranieri e operatori umanitari di raccontare e testimoniare l'operazione "Piombo fuso", un gruppo di volontari internazionali - membri autorganizzati dell'International Solidarity Movement- erano presenti a Gaza quando sono iniziati i bombardamenti, il 27 dicembre 2008. Insieme a due corrispondenti internazionali da Al Jazeera International (Ayman Mohyeldin e Sherine Tadros), erano gli unici stranieri che sono riusciti a scrivere, filmare e realizzare servizi per diverse stazioni radio su quello che stava accadendo all'interno della Striscia palestinese assediata.

Erano giornalisti? Erano attivisti? Che importa! Divennero testimoni. Essere un giornalista o di essere qualsiasi altra cosa dipende da come ti senti. E' una responsabilità etica riuscire a condividere con un pubblico più vasto quello che tu e coloro che sono intorno a te stanno attraversando. Sarà il risultato del tuo lavoro a portarti ad una carriera professionale come giornalista o no, piuttosto che presupposizioni ed etichette. Fai in modo che altri sappiano. Fai fare loro ciò che desideri: falli ascoltare e renderli consapevoli di ciò di cui tu sei consapevole. Questo è essere un giornalista. Avere un tesserino con la scritta "stampa", ricevere un regolare stipendio non è necessario per essere un testimone: bastano una macchina fotografica o una penna. Scordatevi la neutralità. Scordatevi l'obiettività. Noi non siamo palestinesi. Noi non siamo israeliani. Noi non siamo imparziali. Cerchiamo solo di essere onesti e riferire ciò che vediamo e ciò che sappiamo. Io sono un giornalista. Se qualcuno ascolta, io sono un giornalista. Nel caso di Gaza, i "giornalisti ufficiali" non sono stati autorizzati a entrare a Gaza (a parte quelli che erano già dentro), così siamo diventati testimoni. Con tutta una serie di responsabilità.

Ho sempre inteso il giornalismo come "una mano che accende luci all'interno di una stanza buia". Un giornalista è una persona curiosa, una persona che fa domande scomode, una fotocamera ribelle e una penna che fanno sentire a disagio chi è al potere. E questo è il concetto che sta dietro il mio lavoro a Gaza: adempiere ad un dovere nel conflitto più raccontato della Terra, in cui la storia dell'assedio e della punizione collettiva che imposta da Israele a tutta la popolazione del territorio in rappresaglia per i razzi inviati da Hamas non sarà mai narrata con sufficiente precisione. Per questo deve essere vissuta. Mi sono introdotto all'interno di Gaza, nonostante i tentativi di Israele di impedirci di entrare e sono stato "gentilmente" invitato ad andarmene da chi è al potere a Gaza. Questa è la mia idea di giornalismo. Ogni governo sulla Terra dovrebbe sentirsi nervoso quando qualcuno va in giro con una macchina fotografica o una penna, pronto a rendere noto ciò che riesce a capire. Per il bene dell'informazione, uno dei pilastri principali della democrazia.

Questo è un film "immerso". Abbiamo deciso di "immergerci all'interno delle ambulanze" aprendo un dialogo immaginario con i giornalisti che stavano all'interno degli eserciti. Ognuno è libero di scegliere il lato dal quale riportare ciò che vede. Ma le decisioni spesso non sono imparziali. Abbiamo deciso che i civili che lavorano per salvare dei feriti ci avrebbero dato una prospettiva molto più onesta sulla situazione, rispetto a coloro il cui compito è quello di colpire, ferire e uccidere. Preferiamo i medici ai soldati. Preferiamo il coraggio dei soccorritori disarmati rispetto a quello- ugualmente interessante, ma da rifiutare da un punto di vista morale- di chi è arruolato per uccidere. Si tratta di una questione di messa a fuoco. Non mi interessano le paure, i traumi e le contraddizioni di coloro che hanno un'alternativa: quella di rimanere a casa e dire no alla guerra.




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