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Festival Internazionale del film documentario

AUGURI PER UN 2012 PIENO DI BUON CINEMA DOCUMENTARIO

Il Festival dei Popoli si prende una pausa…. risaremo in ufficio dal 23 gennaio, per lavorare fin da subito a tante nuove proposte. Vi ringraziamo per essere stati con noi durante quest’anno. Vi salutiamo con affetto, pubblicando la recensione scritta da una nostra spettatrice, che riteniamo esponga molto bene quello che abbiamo cercato di fare, e che speriamo di aver fatto, con l’edizione da poco conclusasi. Arrivederci al 2012!
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L'edizione 2011 del Festival dei popoli (52 anni ormai ma portati benissimo...) conferma la validità dei suoi risultati circa le aspettative che nel corso del tempo ha generato in decine e decine di suoi affezionati spettatori. Ma non solo. Il Festival dei Popoli conferma il suo ormai ciclico estinguere, in maniera densa e sottile al tempo stesso, l'ansia della comprensione di un mondo mutante, che ci fa distanti eppure vicinissimi dentro geografie non solo spazio-temporali ma profondamente emotive. I protagonisti del Festival dei Popoli sono sempre loro, i volti che ci raccontano vite che non sappiamo e che non facciamo più fatica, dopo averli 'visti' agire sullo schermo, ad immaginare, interpretare, ricordare. E poi si, certo, anche di coloro che vedono per noi, vivaci e giovanissimi occhi di cineasti, il cui tempo speso nella cattura delle immagini, si congiunge a quello in cui raccordano ritmi, suoni, volti e storie restituendo a protagonisti, autori e spettatori pagine liquide di mondo altrettanto distanti e certo vicinissime.

Nella Sezione Concorso Internazionale Lungometraggi incalzano documentari fortemente introspettivi:: da Territoire Perdu belga, di P.Y. Vandeweerd che attraversa il vuoto della terra dei Saharawi dilaniata da una guerra di logoramento, a documentari dalla pulsante vena sperimentale aperta sulle vite della gente che avremmo potuto essere e forse siamo che incontriamo negli spazi urbani londinesi insieme al regista olandese Boris Gerrets che vince il Premio per il miglior film etno-antropologico. Non può che colpire l'intimità con la quale invece Claudia Cipriani ci racconta del suo lavoro alla Baia del Re, un doposcuola quasi fatiscente che però raccoglie e mette in moto le energie degli adolescenti di un quartiere milanese considerato 'difficile' e a rischio delinquenziale, ma anche della morte della sua neonata, l'amicizia inaspettata con una ragazza del doposcuola con la quale raggiungerà la vera Baia del Re, al Polo Nord, luogo dove tutto ciò che non era detto, verrà inaspettatamente rivelato, disciolto, nel ghiaccio immobile di un luogo senza memoria. "Per aver saputo affrontare in maniera fortemente impressionistica e con un tono fresco, il complesso periodo di transizione che è l'adolescenza" dirà la giuria, vince su tutti Armand 15 ans l'ètè il ritratto di un quindicenne che si fa troppo presto a chiamare 'diverso'. In realtà le sue volate femminee, i suoi indugi, le sue ricerche sono l'emblema di un periodo dell'esistenza in cui predomina il presente, la vita dell'adesso piena di già stanchi 'sarò'. Nei premi assegnati dalla giuria pare emergere quest'anno uno spiccato assenso nei confronti del racconto di queste nuove, sconosciute, fanciullezze all'ombra della globalità dato che la menzione speciale è andata a L'estate di Giacomo di Comodin e il premio per la miglior regia dei popoli a Argentynska Lekcja del polacco W. Staron in cui il piccolo protagonista di 8 anni è già alla prese con le complessità della comunità migrante in cui si ritrova a far parte, insieme ai suoi genitori, dopo il lungo viaggio che da Varsavia lo conduce verso nuove scoperte, in un piccolo paese del nord dell'Argentina.

Nella Sezione Cortometraggio, primo fra tutti, anche se non risulta vincitore - e di documentario ha ben poco - la dolcezza espressiva del carrello esistenziale, quasi ruota favolosa della giostra veloce di un luna park, che ci trascina nella vita del padre di Jerome. Il ricordo che serba la mitezza, a tratti ancora collerica, a tratti solo affranta, dei vuoti che non si colmano mai più. The D train, piccolo capolavoro senza pretese, breve, minuscolo ma senza un grammo di piccolezza retorica. Decisamente un sonoro applauso al regista J. Rosenblatt. Interessante ma pretenzioso il corto Sonor di Levin dove un immobile bianconero non evoca che la volontà di fare elegante l'arredo urbano che suona, e risuona nel corpo non udente della ballerina che si sottopone a questo esperimento di ricerca del suono senza suono. Wachstum di F. Heizen-Ziob non vince, ma solo perchè, al Festival dei popoli l'animazione non è ancora trascesa all'alveo documentativo. Forse a ragione, ma la prova a cui questo giovane ragazzo tedesco sottopone i suoi ricordi filopunk, i nonni e l'albero di ciliegio che ne ha contato le cicliche trasformazioni, meriterebbe uno sforzo in più. Coinvolgente l'entusiasmo di un altro giovane regista, stavolta milanese, Paolo Parvis che con il suo Schiz(z)o ci racconta come l'aver subìto la tragica perdita della madre e la distruzione della sua abitazione dovuta a un incendio notturno, è non solo condivisibile con il pubblico in sala, e dunque elaborabile attraverso la scrittura/visione di un corto, ma è arte, lo schizzo spugnoso di un suo amico writer che 'ricorda la luce' - remember the light - come un monito o forse una preghiera, ad perpetuam memoriam, del giovane volto materno, perduto, evocato solo in una delle poche foto salvate dalla catastrofe.

Non si sottrae nemmeno quest'anno, il Festival dei Popoli, dal mettere in azione l'inveterato convertitore 'cultifico' - nel senso di generatore di cult - di cui dispone: Bombay Beach, The black power mixtape 1966-1975, The substance. Albert Hoffman LSD, Wild things... costano bene il prezzo del biglietto, della visione al limite della notte, del restare incollati alla propria poltrona mentre si ascoltano le simpatiche risposte a tutto tondo di Alma Ha'rel che ci svela la sua Bombay Beach locus animi. La maggior parte di coloro che non amano più di tanto il documentario, non riesce comunque a sottrarsi al fascino di un tutt'altro che disprezzabile contemporaneo: i docu-cult chiamati a fare da riempitivo irrinunciabile e per la qualità e per i nervi scoperti ancora doloranti che va a ispezionare. Oltre ai già elencati, ricordo alcuni eventi speciali, più che speciali davvero eventi a 360 gradi, come It might get loud, Crazy Hourse, Cronique d'un film, Brise Glace. Apprezzata - e come non potrebbe esserlo? - la Sezione Panorama che invita gli spettatori a farsi carico di visioni d'autore personali ma ampiamente argomentate, filmicamente parlando, che vanno dal boom della fecondazione assistita in India attraverso i racconti trattenuti di due giovani sposi, agli acciacchi dovuti alla vecchiaia di due pescatori islandesi che si rassegnano a guardare i loro giorni a venire da un'angolazione nuova ma perennemente nostalgica, del fu pescatore. Come il mare, gran saggio e profondo mestiere anche nel suo finire. Un ringraziamento per Isaki Lacuesta, cineasta incantatore di folle che distribuisce le sue indagini poetiche come semi da far germogliare ognuno nel suo pezzo di vita. Le Microscopies i suoi Pasos dobles, le tac alla sua compagna per capire come l'amore ama nel sangue che irrora i punti del cervello al suono di un ricordo, una città, una melodia. CPT che non compaiono su Google Heart ma esistono (e ce li fa 'vedere') e suonatori di sega che hanno finalmente il loro posto sulla scena (la sega è lo strumento che raggiunge le note più alte della scala con estrema facilità, racconta)... e quasi d'indicibile maestà la 'proposta' di un cinema documentario scardinato dalle strutture oggettive del reale eppure ben piantato nell'attuale, nel Giappone sconvolto da Fukushima come nei resti di una fossa comune portati alla luce - e lasciati emergere due volte, la seconda nel cinema - da una equipe di archeologi in Catalogna. Omaggio visivo, a tratti si, perfino un po' orwelliana distopia du reel.

"Declining Democracy" è forse stata la sezione più coraggiosa del festival: un focus duttile, ma a tratti discendente e retorico, nel facile reclaim the streets bombarolo. Rimane tuttavia formidabile nella sua chiarezza, l'ultima proposta: Le khmer rouge et le non violent del francese B. Mangiante. Chiama pietà non richieste il vecchio Douch, responsabile di efferati crimini contro l'umanità dal tribunale internazionale dell'Aia, sconvolgente il suo ruolo di relitto di una ideologia che da idea ha passato il segno, ormai d'inarrivabile abominio dello sterminio di massa.

Sipario che si chiude, attesa rinnovata di un mito a ragione.

Carmen Zinno
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