Firenze, 14 - 21 Novembre 2008

Festival Internazionale del film documentario

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Edizione 2008

Una premessa storica

Tutto ha inizio nel 1959 quando un gruppo di studiosi della comunicazione e di scienze umane fonda l’associazione Festival dei Popoli con l’intenzione di promuovere il cinema di documentazione sociale. Il primo atto consiste nell’organizzazione di un festival internazionale del documentario, che si caratterizzerà fino ad oggi come una delle più importanti manifestazioni mondiali del settore. Parallelamente, nasce l’archivio, che, nel corso delle quarantanove edizioni, porta il Festival a dotarsi di un catalogo di oltre10.000 titoli, tra video e pellicole, e consente all’associazione di avviare, oltre alle necessarie operazioni di restauro, un’attività nel campo della formazione, organizzando corsi e workshop rivolti a film-maker e aspiranti documentaristi. Anno dopo anno, il Festival fa conoscere al suo pubblico i più noti cineasti del settore (da Jean Rouch a Ken Loach, da Vittorio de Seta a Fred Wiseman, da Richard Leacock a Lindsay Anderson, da Abbas Kiarostami a Nagisa Oshima, da Artavazd Pelechian a Aleksandr Sokurov), organizzando retrospettive dei loro lavori, mentre ai convegni e alle tavole rotonde partecipano esponenti di spicco dei vari rami delle scienze sociali (da Roland Barthes a Umberto Eco, da Francesco Alberoni a Edgar Morin, da Mary Douglas a Elemire Zolla, da Carlo Tullio Altan a Jean-Louis Comolli), che, seguendo le suggestioni delle sezioni tematiche, analizzano i differenti aspetti del mondo contemporaneo, unendo all’approfondimento dei contenuti una riflessione sulle problematiche della rappresentazione.

L’edizione 2008

È proprio a partire da questa riflessione che si sviluppa la nuova edizione del Festival dei Popoli, con l’intenzione di rendere conto della profonda mutazione che il documentario sta attraversando di fronte alle nuove tecnologie, alle nuove forme di riproduzione del reale, alle nuove possibilità di diffusione. Senza abbandonare la specificità antropologica e sociale che ne sta alla base, il Festival si aprirà ancora una volta al mondo, con una linea di tendenza molto precisa, ma senza dimenticare la pluralità delle espressioni cinematografiche esistenti. Il risultato che ci si propone di ottenere è quello di una conoscenza al passo con i tempi, che, all’interno di un discorso di messa in scena, mescoli le tracce di verità e finzione, anche a rischio di creare un «corto circuito» nelle certezze più consolidate dello spettatore. Se la radice resterà la vita materiale e spirituale dell’uomo, la desinenza che si intende applicare al festival è quella della ricerca formale, del linguaggio usato per rappresentare i differenti soggetti, della specificità artistica di chi filma oltre che di quella umana e sociale di chi è filmato. In questo senso il nuovo corso del Festival dei Popoli si muoverà tra continuità e innovazione, centrando il suo programma su parole chiave quali conoscenza del mondo, ricerca formale e produzione del cinema a venire.

La strategia

Per ottenere tali risultati il Festival adotterà uno spirito di fervente dialettica, assumendo, al di là della struttura del programma e dell’organizzazione logistica, una forma seminariale spontanea, che non sta tanto nell’organizzare dibattiti post proiezione, ma nell’invitare cineasti e produttori a vivere «insieme» per una settimana, creando dei legami al di là di quanto si sta vivendo in quegli stessi giorni, fra tavole rotonde, workshop e situazioni conviviali. Esso avrà dunque la forma di un laboratorio, un luogo in cui non solo si vedono film e si discute del mondo, ma si progettano anche i film a venire. In tal senso il progetto è quello di arrivare ad un «Fondo» che permetta di selezionare progetti di alta qualità creativa da finanziare parzialmente, offrendo anche ai cineasti prescelti residenze, tutoraggi e incontri con i produttori. Per sostenere la sua strategia il Festival porterà avanti una campagna promozionale in loco (città, provincia, regione), a livello nazionale (finestre in altre città) e internazionale (si veda a tale proposito la finestra aperta in giugno a New York, con un programma dei migliori film dell’Archivio). In tale senso esso avvierà una serie di collaborazioni con altre entità culturali locali, sviluppando proficue sinergie ed alimentando un progetto di «sistema» in ambito cinematografico. Esso creerà inoltre incontri bilaterali con altri stati, ospitando i documentari di quella nazionalità, ottenendo in cambio una reciprocità che le permetta di diventare vettore del documentario italiano. In collaborazione con altri festival, il Festival lavorerà infine ad una piattaforma digitale per trasmettere in streaming i documentari e ad una collezione di dvd da distribuire via internet o tramite una collaborazione con una rete di librerie specializzate.

Il programma

Conseguentemente alla nuova impostazione e alla strategia individuata, la quarantanovesima edizione del Festival dei Popoli prenderà il via con una tavola rotonda internazionale, L’eredità di Nanook, che metterà a confronto le esperienze di diversi soggetti (cineasti, produttori, critici e direttori di festival) per una necessaria riflessione sullo status del documentario, nel momento in cui alla parola resa celebre dal testo di Grierson sul film di Flaherty non corrisponde più esattamente la stessa cosa, in quanto la tendenza del cinema del reale è quella di ibridarsi sempre di più con altre forme.
Una tale transizione sarà resa ancora più evidente sia dalla retrospettiva Una diagonale baltica, sugli ultimi cinquant’anni di produzione documentaria di Estonia, Lettonia e Lituania (l’idea è quella di indagare l’evoluzione di questa forma di cinema da una rivoluzione tecnica e di linguaggio, quella del cinema diretto, ad un’altra, quella della tecnologia digitale, in un arco di tempo che corrisponde all’età del festival), sia dalla personale delle opere di Claire Simon, una cineasta che alterna documentario e fiction con interessanti ed efficaci osmosi strutturali e linguistiche, sia dalla sezione tematica I volti del potere, che attraverso vari titoli della storia del cinema, analizza la rappresentazione filmica del potere.
Sulla stessa linea si pongono anche le due sezioni competitive, il Concorso Internazionale, composto da ventiquattro film che raccontano il volto e l’anima del mondo, e Stile libero, ricco di una ventina di titoli che contemplano tutte le forme possibili di documentario.

Luciano Barisone